
(dalla quarta di copertina) La moderna economia esige che le controversie, in particolare modo quelle che insorgono tra le imprese, siano regolate da una giurisdizione che si fondi su principi di competenza, rapidità e chiarezza. Questo spiega il ricorso sempre maggiore all'arbitrato, strumento flessibile e dinamico alternativo alla giustizia ordinaria, rigida, schematica, burocratica. Si tratta di uno strumento ancora in evoluzione che va maggiormente diffuso e conosciuto non solo tra i cultori della materia, ma soprattutto tra coloro che decidono di inserire nei contratti la clausola compromissoria per sfruttare l'opportunità offerta dall'arbitrato. Il volume, giunto alla terza edizione, espone i concetti essenziali dell'arbitrato dopo la riforma dei 1994, spaziando da quello rituale all'irrituale, fino all'internazionale, dagli arbitri alle fasi dei procedimento fino alle impugnazioni. È arricchito dalla casistica giurisprudenziale e da compendi operativi, vale a dire brevi appunti sulla materia di rapida consultazione. All'interno dei testo puntuali collegamenti rimandano alle formule dei "Formulario dell'arbitrato" degli stessi autori, lo strumento operativo che si affianca, completandolo, a questo manuale.
(dalla presentazione alla terza edizione, di
CLAUDIO SICILIOTTI, Segretario del Consiglio nazionale dei Dottori
Commercialisti)
«...
È diventato ormai un luogo comune, visti i tempi biblici della nostra
giustizia civile, dire che l'arbitrato costituisce una necessità.
Va peraltro ricordato che all'estero l'arbitrato è particolarmente
diffuso proprio nei Paesi che presentano un maggiore sviluppo economico e non
già un minore funzionamento della giustizia, segno che i suoi vantaggi
vanno ben di là della celerità da tutti giustamente apprezzata.
In effetti, il giudizio arbitrale, privilegiando la sostanza della questione da
decidere sulla forma del procedimento da seguire, diviene strumento
particolarmente utile per la soluzione delle controversie in ambito commerciale
ed economico.
Tuttavia, nonostante gli indubbi vantaggi dell'istituto, la sua diffusione
è ancora assai limitata.
Solitamente, riguarda cause di notevole entità e coinvolge grandi nomi,
ancorché per le sue caratteristiche lo strumento si presti ad essere
utilizzato anche per la soluzione di controversie minori, certamente le
più diffuse, così da potere assicurare un contributo decisivo al
funzionamento della giustizia civile in Italia.
Per conseguire questo risultato i dottori commercialisti, consapevoli di
disporre di competenze particolarmente qualificate per garantire lo sviluppo
dello strumento arbitrale, da tempo cercano di superare il principale ostacolo
alla sua diffusione e cioè la mancanza di un'adeguata cultura al
riguardo.
Il libro dei colleghi Rebecca e Ferronato fornisce un importante contributo in
questa direzione, grazie ad un taglio pratico-informativo che, tuttavia, non
dimentica la necessaria impostazione teorica dei problemi.
L'obiettivo - direi, quasi, la sfida - che tutti abbiamo davanti è
quello di trasformare l'arbitrato da «giustizia per ricchi» a
«ricchezza per giustizia», confermando in tal modo la nostra
vocazione: porre la qualità del nostro lavoro al servizio dell'interesse
pubblico.
Roma, giugno 1998
Claudio Siciliotti Segretario del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti
»
(dalla presentazione alla seconda edizione, di
ANGELO L. ARRIGONI, Presidente della Commissione nazionale di studio
sull'arbitrato del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti)
«...I colleghi Rebecca e Ferronato non solo sono persone di riconosciuta
dottrina, ma possiedono anche coraggio. Infatti hanno inserito il loro
«manuale sull'arbitrato» nel mare vastissimo degli studi, anche
italiani, sull'argomento. Ma, tenendo conto di quanto è avvenuto nel
nostro Paese durante questi cinquant'anni di primo impatto del nostro codice di
procedura civile (R.D. 24 ottobre 1942), dei due successivi infelici testi
legislativi 1983 e 1994 nonché di quanto è avvenuto in Europa e
nel mondo (Cina compresa) nel medesimo tempo, hanno ritenuto saggio, dopo la
necessaria premessa di carattere dottrinale, scendere decisamente nel campo
applicativo.
A ciò probabilmente li hanno indotti la sentenza del 3 novembre 1992
della I Sezione della nostra Corte di Cassazione (n. 11891) che, per la prima
volta in Italia (ai sensi dell'art. 5 della Convenzione di New York del 1958),
riconosce l'obbligo della delibabilità di un lodo su fatti squisitamente
italiani e quindi la possibile uscita dalle strette formali-procedurali che
l'applicazione delle nostre disposizioni di legge e il doveroso rito formale
troppo spesso impongono.
Anche il Convegno internazionale di due giorni del giugno 1993 tenutosi a
Milano da cui è emersa la immanente e doverosa attualità
dell'argomento ha certamente contribuito, nonché il lavoro svolto
nell'ambito della Commissione nazionale dell'arbitrato del Consiglio nazionale
dei dottori commercialisti (di cui Rebecca fa parte), e la nuova legge italiana
sull'arbitrato entrata in vigore nell'aprile 1994.
Come in un crogiolo di fusione, è tutta materia a temperatura molto
alta. L'entrata della nostra economia nell'ambito di quella internazionale con i
necessari rapidi e costanti aggiornamenti di situazioni economiche,
finanziarie, contrattuali e di ambiente ha imposto tempi stretti che, peraltro,
la nostra legislazione non consentiva e non consente.
Basterà ricordare che anche la nuova legge, malgrado la viva
sollecitazione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, ha dovuto
astenersi dall'affrontare la riforma dell'articolo 409 e seguenti del nostro
codice di procedura civile resa indispensabile dalle prassi in uso negli
appalti internazionali.
Né, questa vita dell'arbitrato in campi dettagliatamente
economico-finanziari, gli consente di trascurare le necessarie premesse di
carattere giuridico- formali.
Ecco perché Ferronato e Rebecca nella prima edizione ed in questa fanno
precedere un chiaro ed esauriente studio teorico ai modelli applicativi. La
materia è sicuramente complementare e, più che consentire,
richiede una aperta e intensa collaborazione tra avvocati e commrcialisti
aiutando anche la common law. Come, del resto, avviene già da decenni
nel mondo anglosassone. Con vezzo elegante giustamente gli autori citano il De
origine juris di un dotto giurista dell'età adrianca come Pomponio.
Opportunamente nelle due edizioni del loro libro gli autori hanno dedicato
spazio alle radici del procedimento arbitrale e cioè alle clausole di
compromesso. Sull'argomento il nostro codice non si estende molto, ma questo
non significa che, in sede di redazione dei vari contratti, esse non meritino
tutta la nostra attenzione.
Ecco dove il dottore commercialista può e deve - nell'interesse delle
singole aziende - utilizzare la sua preparazione di base nonché la
conoscenza e l'esperienza che ha acquisito in quel settore.
L'Isdaci, costituito a Milano nel 1986 da persone qualificatissime tra cui
Guido Carli, con convegni e pubblicazioni, ha dimostrato quanto sia fondata
questa impostazione di base di carattere economico-tecnico-finanziario.
Le sue numerose pubblicazioni oltre alle citazioni degli ottimi lavori di
studiosi italiani, che riferiscono una buona parte del grandissimo lavoro di
studio, di impostazione e di redazione di testi di clausole compromissorie,
dimostrano che tra progresso economico, tenore di vita collettivo e cultura
manageriale esiste stretta connessione.
La citazione di Pomponio dimostra che non esiste ricchezza senza cultura
specializzata e che tra formalismo giuridico e sostanza economico-finanziaria
deve instaurarsi un costante ricambio.
Già Colin Clark nel 1940 affermava che l'economia deve vedersi secondo
tre ripartizioni (e non due com'era stato fìn'allora): settore primario,
seconda- rio e terziario, dimostrando così che la vita economica non
è ferma, ma in continua evoluzione, anche teorica. Se Carlo Marx
l'avesse sospettato non avrebbe così bizantineggiato da gigante nel suo
Capitale.
Anche nel convegno bocconiano di quest'anno sui Modelli e strategie d'impresa
dei vari Paesi a confronto, il prof. Guatri ha dimostrato la urgente
necessità per l'Italia di cogliere elementi capaci di meglio definire il
nostro sistema- impresa, che purtroppo è arretrato.
In questo campo come in nessun'altra fattispecie il precetto anglosassone time
is money rivela tutta la sua fondatezza.
Le clausole di compromesso, come premessa di un arbitrato rapido, acquistano
così grandissimo rilievo.
Tutti i contratti di lungo o medio termine, anche se redatti con estrema
attenzione e con numerosi dettagli, nel tempo rivelano sempre insufficienze o
ignoranza di situazioni nuove. E la vita della impresa non consente mai
l'accantonamento di certe situazioni.
Ecco dove l'arbitrato, rapido e chiaro, in questo caso rivela la sua
validità e l'opera dei colleghi Ferronato e Rebecca che procede in
questa direzione merita la migliore attenzione ed il successo. »
(dalla presentazione alla prima edizione, di
GIUSEPPE BERNONI, Presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti)
«...Gli operatori economici sentono sempre più il bisogno di forme
di giustizia «privata», che consentano una rapida definizione delle
controversie di fronte ai tempi lunghi necessari alla giustizia ordinaria.
L'arbitrato è antico strumento per la composizione e la risoluzione
delle liti. Tuttavia non e diffuso sufficientemente nel nostro Paese, per una
serie di motivazioni anche psicologiche, non ultima la tendenza a considerare
l'amministrazione della giustizia come prerogativa esclusiva del settore
pubblico.
Occorre però soprattutto diffondere la cultura dell'arbitrato tra gli
operatori economici e tra le stesse categorie professionali.
Credo quindi che gli studiosi, i colleghi e gli operatori più
qualificati potranno apprezzare il notevole sforzo effettuato dai colleghi
dott. Rebecca e dott. Ferronato. L'opera consentirà infatti al lettore
un'ampia visione dell'istituto, sia dal punto scientifico, sia per quanto
riguarda gli aspetti pratici.
Agli autori va infatti riconosciuto in particolare il merito di aver illustrato
esaurientemente gli aspetti giuridici del problema, dando tuttavia un taglio
eminentemente pratico all'opera, che si rivela di pronta e facile
consultazione. Viene inoltre messo in luce il ruolo fondamentale riservato ai
dottori commercialisti che, per le loro competenze tecniche e la spiccata
attitudine ad una visione interdisciplinare dei problemi, sono i candidati
più qualificati a rivestire la delicata e prestigiosa funzione di
arbitro.»